L’auto del popolo

Ieri mentre guidavo ascoltando la radio mi sono imbattuto nello spot della nuova utilitarietta della Volkswagen, automobile presumibilmente pensata per un pubblico femminile. È curioso constatare come molte aziende automobilistiche ancora puntino su questo stereotipo dell’auto piccola e graziosa per lei, anche se nella mia città la maggior parte dei SUV che vedo è guidata da donne dal viso tirato e mediamente dotate di scarsissima pazienza. Ad ogni modo, nello spot c’è una donna che parla di una serie di incombenze legate alla casa e ai figli, di come il tempo non basti per fare tutto quello che c’è da fare in una giornata: accompagnare i figli a destra e a manca, fare la spesa, cucinare. Il peggio è che alla fine è la donna stessa a emergerne sconfitta nell’autostima: non sono perfetta, perciò ho bisogno di una macchina nuova e agile che mi aiuti ad assolvere i miei obblighi di buona madre/moglie. C’è ancora qualcuno che crede a queste colossali panzane?

 

 

Vip – Mio fratello superuomo

Ieri pomeriggio sono andato con Bianca a vedere un film d’animazione al cinema. Una produzione che non conoscevo, spagnola. Il titolo tradotto in italiano già di per sé però era brutto: “Mortadello e Polpetta”, dal nome dei due protagonisti (Morta y File in spagnolo). Siccome generalmente mi fido del palinsesto del cinema comunale in cui ci trovavamo, non ho badato a leggere recensioni né guardare trailer, trattandosi una proposta domenicale esclusivamente per bambini, presumibilmente “sana” a priori. Errore. Come di frequente accade in quella delicata operazione (commerciale) che si può definire “fare un intero film da un soggetto pensato per una serie tv”, tutto era sbagliato: tempi comici, sviluppo dei personaggi, battute da mezzo sorriso, trama al limite dell’incomprensibile. I pochissimi personaggi di sesso femminile, stereotipati e assolutamente irrilevanti nella trama – la segretaria grassa e tonta innamorata del poliziotto tarchiato e stempiato, la biondina tettona che fa perdere la testa al protagonista sfigato, la casalinga arcigna e rompipalle che lancia i vasi in testa ai passanti – denotavano anche un certo maschilismo decisamente poco divertente. Insomma, noia e imbarazzo dal primo all’ultimo minuto. Il punto però è un altro: questi film pseudo-adulti con scene di violenza alleggerite dalla gag ma sempre molto dettagliate (denti che cadono, nasi mozzati), riferimenti ripetuti a pratiche di regolamento di conti che prevedono l’introduzione di avambracci nel canale rettale (la “campana”), a chi servono? Chi vogliono far divertire? I genitori? I bambini di 8-10 anni che già dicono di sapere che cos’è il sesso? Bianca, di cinque e mezzo, non mi sembrava né divertita né spaventata, piuttosto perplessa. Come lo ero anch’io.

Per me anche Shrek era al limite, ma essendo tra i primi film digitali basati su una parodia delle caramelle Disney, forse uno dei tre si può anche salvare. La Pixar ha iniziato a fare lo stesso genere di parodie proprio per far vendere di più a una Disney ormai finita da tempo (di cui fa parte) e ogni tanto fa anche film impegnati, godibili, per quanto in generale eccessivamente buonisti. Io però in queste prove di tecnica 3D dai ritmi ansiogeni non vedo niente di visionario o scandaloso che la mia generazione non possa capire, solo un enorme rischio di sbadigli. Mi sembra che le major non stiano facendo altro che competere sulla base di due parametri: trovare l’idea più geniale (secondo gli adulti), o quella più idiota (sempre secondo gli adulti).

Siccome si resta bambini troppo poco a lungo per guardare brutti cartoni al cinema, ieri sera ci siamo rifatti a casa con un altro film ripescato in una vecchia collezione di file divx dall’audio pessimo e dalla risoluzione adatta al display di un orologio, di quasi mezzo secolo più anziano, che pure non avevo ancora visto: “Vip – Mio fratello superuomo” di Bruno Bozzetto. Beh, che poesia, che trovate, che garbo e, non da ultimo, che uso favoloso della lingua italiana! Si sente che la cura dei dialoghi non era stata affidata a un distributore frettoloso. Anche in questo caso i co-produttori americani avevano dovuto metterci il supereroe invincibile e vanesio a tutti i costi per paura di non sfondare, ma il film, anche se datato, resta una gioia per ogni età, oltre che di grande impegno sociale e ambientalista (e pure di un pezzo in anticipo rispetto a Pixar e Miyazaki).

Vip_-_Mio_fratello_superuomo.jpg

 

fun

12819323_10153323658466881_2909368180399297514_o.jpg

Non siamo un popolo che brilla per coerenza. Questa foto è stata scattata l’otto marzo appena trascorso, in un contesto perfettamente consono a ciò che, per molti maschi e molte femmine di svariate specie animali, rappresenta da millenni un fisiologico modo d’esprimersi: il rituale della danza, con le sue infinite connotazioni erotiche più o meno marcate. La foto in questione è ambigua, non certo pornografica, eppure va evidentemente a stimolare pruriti antichi nel nostro perbenismo – un vulcano spento solo in apparenza – al punto da risultare addirittura offensiva. Posso capire l’astensione dalla visione per qualunque motivo legato al gusto (d’altronde anche a me può dare fastidio accendere la tv e trovarmi davanti Vespa che mostra compiaciuto i modellini della villetta di Annamaria Franzoni); posso anche criticare la scelta della discoteca di pubblicare proprio quella foto per ovvi scopi pubblicitari. In nessun caso sentirei il richiamo di una presunta moralità irrompere nelle mie viscere e spingermi a insultarne la protagonista. Anzi, sono pure convinto che, se si facesse parlare l’istinto al posto dei pregiudizi, la prima cosa che verrebbe in mente a tutti sarebbe “ma-buon-per-lei-se-si-diverte”. Sono forse un alieno? Sarà l’educazione che ho ricevuto, saranno state le esperienze, ma a me l’immagine fa esattamente quest’effetto. Invece, stando alle opinioni dei luminari che hanno commentato diffusamente l’immagine, costei sarebbe una creatura depravata. Peggio ancora, sono certo che se un ragazzo fosse stato fotografato nel medesimo locale con una spogliarellista inginocchiata davanti a lui, i commenti sarebbero stati comunque a sfavore di lei. Queste sono le primissime cose da eliminare dalla testa di uomini e donne, se ci interessa davvero vivere in una società più sana. Non occorre scendere in piazza né tirare in ballo religione, politica, tradizioni: è sufficiente immaginare se stessi nudi davanti al computer e visibili a tutti. Soprattutto, è necessario imparare a esprimersi.

stronzi

L’umiliazione cosiddetta “a fin di bene” l’ho sempre guardata con diffidenza. Nella scuola, nei rapporti affettivi, in quelli di lavoro. Il terrorismo psicologico con pretese di efficienza e l’abuso di potere, dal mio punto di vista, non provocano mai alcun reale miglioramento, ma solo una messa in discussione di sé più sofferta, oltre a un crescente rifiuto delle responsabilità più importanti, ovvero quelle verso se stessi (senza piena e serena coscienza di sé non possono esistere gli altri). L’umiliazione è uno dei più grandi problemi umani, ma nessuno sembra farci troppo caso. Ci limitiamo a considerare la superficie del problema utilizzando l’arma affilata della cultura, ad esempio parlando di genere (la condizione delle donne è solo la punta dell’iceberg).

La forma è anch’essa sostanza, non un accessorio. Sul fatto che sentirsi sotto pressione possa generare energie positive nello slancio che conduce ad azioni concrete, posso osservarlo in migliaia di opere umane, specie quelle grandiose (grande cinema, grande architettura, grande musica, grande cucina, grande sport). Purtroppo però può anche procurare ferite che non si rimarginano – e non ce n’è bisogno. Siamo sovraccarichi da un bel pezzo ormai, esattamente come il nostro habitat. Abbiamo capito che sappiamo essere bravi e brave, così come stronzi e stronze. Ora rilassiamoci e concentriamoci su altro. Non educhiamo la nostra discendenza alla paura di essere violata, calpestata, se non reagisce con toni risoluti.

C’è bisogno di qualche traguardo professionale in meno, di meno competizione, di meno informazioni, di meno sprechi, di quantità minori in generale. Gli esseri umani sono mammiferi strutturalmente leggeri – hanno bisogno di poco per stare bene e procurare piacere profondo a sé stessi e agli altri. Ottenere uno scopo a spese della serenità non fa diventare migliori. Finché ciò non ci sarà del tutto chiaro, non sarà possibile nessuna felicità reale, ma semplice godimento estetico, destinato a durare poco ed essere costantemente rinnovato.

anni

Come ogni anno, si arriva alla fine col desiderio di migliorare, riparare dove necessario, cambiare quello che non piace, tenere tutto il buono. Questa delicatissima operazione di giudizio, per non recare conseguenze dolorose, dovrebbe essere sempre svolta in equilibrio tra come noi vediamo noi stessi e come ci vedono gli altri. Purtroppo riuscire nell’intento è molto più difficile di quanto non sia parlarne: anche a parità di consistenza nelle azioni, per qualcuno sbaglieremo sempre, per qualcun altro saremo sempre nel giusto. Talvolta decidiamo solo pensando a star meglio, talaltra facendoci guidare da ciò che crediamo sia conveniente per chi ci sta vicino, pur senza avere mai prove inconfutabili e imperiture della giustezza dei nostri comportamenti. L’unica cosa certa è che percorriamo una vita fatta di supposizioni, esperimenti e domande. L’esperienza e l’età possono senz’altro favorirci in alcune scelte, ma non sono poi tanto determinanti. Quel che conta è la qualità della domanda: dietro questa qualità sta tutto il senso dell’espressione umana, dalla migliore creazione alla peggiore distruzione. Sapersi interrogare è un lavoro a sé: prima iniziamo a pensarci meglio è, un po’ come la pensione (che non sto accumulando). Le strade sono tante quante sono le persone, le montagne e i fiumi di questo pianeta.

Il mio 2015 è stato un anno complesso e importante nei movimenti, con molti pensieri e molte azioni; un anno anche molto divertente. A giudicare da quanto ho ricevuto in umanità, fiducia e profondità, forse sono stato più generoso che in passato, mi sono speso meglio e ho comunicato in modo più chiaro; so che la strada è ancora molto lunga – mi considero un eterno principiante – ma questo mi fa ben sperare.

A tutti noi auguro un nuovo anno pieno di significato e amore, povero di lamentazioni.

Buon 2016.

self endoftheyear.jpg

Furia Faust sbarca in Italia

10945545_10152778828107950_7888118311689162136_n

Qualche mese fa, complice un periodo relativamente libero da impegni (diciamo pure votato a un’inutilità piuttosto felice), ho deciso di intervistare Maria Faust. Maria è una musicista, come me. Anni fa si è trasferita in Danimarca per seguire la propria strada, come feci io. Per un anno siamo stati compagni di corso, al conservatorio di Copenhagen. È stato lì che lei mi ha chiamato a far parte del suo ultimo lavoro, “Sacrum Facere”. Abbiamo registrato un disco e fatto alcuni concerti in giro per l’Europa. Da allora, Maria è diventata anche un’amica, con cui ho conversazioni riguardo agli argomenti più diversi, dal comunismo a Lana Del Rey (di cui è una fan).

A differenza mia, Maria scrive musica sul serio. Avrebbe voluto diventare una pianista classica, ma dopo essere stata dissuasa da una certa rigidità propria delle istituzioni musicali di stampo sovietico (le quali, stando a lei, non devono essere state particolarmente incoraggianti a causa del suo sesso), ha studiato composizione e direzione d’orchestra in terra natia, per poi finire in un conservatorio a Esbjerg, in Danimarca, dove ha ricominciato da zero con il jazz. Complice una marcata predilezione per l’improvvisazione totale, anche la sua attitudine alla composizione è molto istintiva: quando sente qualcosa nella testa, la scrive. Possiede una buona conoscenza dell’orchestrazione, il che le permette di fornire informazioni dettagliate sul paesaggio sonoro da lei immaginato, a ensemble di dimensioni generose. Le sue partiture però lasciano anche molto spazio alla personalità dei musicisti scelti. Anzi, mi sento di dire che in buona misura Maria scrive per i suoi musicisti. Ne ho avuto esperienza diretta: è ormai risaputo anche presso la redazione del Downbeat che le mie capacità di lettura a prima vista al piano sono assimilabili a quelle di un bradipo presbite. Maria lo sa, e sa anche che il mio sistema nervoso non regge sempre bene gli appuntamenti prefissati. Le parti che lei mi affida sono pertanto abbastanza semplici, ma soprattutto sono “aperte”: salvo certi momenti imprescindibili del brano, posso scegliere praticamente in autonomia dove suonare le parti scritte, dove improvvisare e dove tacere. Alla fine, questo atteggiamento tollerante da parte sua ha fatto in modo che in studio e in concerto azzeccassi le parti con una certa sicurezza. Apprezzo questo genere di accorgimenti, e mi piace pensare che abbiano una forte connotazione femminile, quasi materna. La mia autostima come sideman, dopo quest’esperienza, è cresciuta notevolmente. FullSizeRender

 

In “Sacrum Facere”, Maria ha optato per un ensemble di legni, ottoni, kannel e pianoforte. Suoniamo una musica che ha radici profonde nella tradizione popolare estone (Maria nasce sull’isola di Saaremaa, nel 1979), nella musica classica (soprattutto pianistica e sinfonica), ma anche nella contemporaneità (jazz di più generazioni, minimalismo, tintinnabuli, noise).

Avevo in mente di porle alcune domande abbastanza complesse, perciò in un primo momento mi sono messo a tradurre i miei contorti pensieri italiani in un inglese comprensibile. Non ho avuto pieno successo, perché dopo aver letto una delle domande Maria mi ha detto di non essere riuscita a capirne il senso. Allora ci siamo visti davanti a un caffè e abbiamo finito l’intervista nel più antico ed efficace dei modi.

Il motivo principale per cui decido di pubblicare questi contenuti solo adesso è perché suoneremo due concerti importanti in Italia, domani (11 luglio) a Perugia e domenica prossima (19 luglio) a Brescia, rispettivamente nei festival Umbria Jazz e Jazz On The Road. È la prima volta che Maria ha l’opportunità di far sentire la propria musica al pubblico italiano. Questo, oltre a rendermi felice, offre il pretesto per condividere qualche informazione in più con chi avrà la sana idea di venirci ad ascoltare in una di queste due occasioni.

Il materiale che leggerete qui è il risultato della mia intervista via e-mail, mescolato con altre conversazioni assai meno formali. Ho anche attinto qua e là a una bella intervista realizzata da Brigitte Kjær, recentemente apparsa su uno dei maggiori quotidiani danesi in concomitanza con il Jazz Festival di Copenhagen.

E. : Per cominciare, “vendimi” tre tuoi dischi. Si suppone che un’intervista a una musicista abbia lo scopo principale di far conoscere la sua musica, perciò andiamo dritti al sodo; al resto penseremo dopo. 

Maria:

1. Sacrum Facere (partiamo dal più recente, 2014) – è un disco di musica sacra. Ispirato alla religione ortodossa, alla storia dell’Europa dell’Est, alle leggende sulle donne nei villaggi pagani estoni e a una serie di altre stratificazioni all’interno della mia memoria. Un lavoro estremamente melodico e sensibile, scritto per ensemble di ottoni, ance, pianoforte e uno strumento folk estone che si chiama kannel (vicino parente del kantele finlandese);

2. Maria Faust Jazz Catastrophe (2012) – un lavoro giocato sui contrasti, musicali ed emotivi. L’organico è una big band di jazz moderno con due contrabbassi, elettronica, tuba e ottavino. Musica energetica e senza vergogna.

3. Pistol Nr. 9 (2012) industrial, grezzo potere femminile, musica totalmente improvvisata con largo uso di elettronica e manipolazione del suono; il disco descrive l’anatomia di una notte.

E. : Nei tuoi lavori, specie quelli precedenti SF, sento finezza, ironia e libertà, ma anche una certa durezza. Come vivi la coesistenza di questi tratti apparentemente opposti? In quale misura derivano dalla tua infanzia in un Paese che ha ospitato un regime totalitario fino a tempi recenti? Immagino tu sia sensibile alle questioni di uguaglianza di genere, vista la predominanza di figure maschili nella musica e specialmente nella cultura del jazz. Parlami della tua memoria.

M. : Credo che tutti abbiamo tipi di memoria molto diversi: ricordi della nostra infanzia che ci cambiano la vita, ma anche una memoria più profonda, come quella del corpo e quella genetica, in un certo senso molto più vaste. Per esempio, trovo che il mio considerarmi una persona priva di radici derivi maggiormente dalla memoria genetica piuttosto che dalla mia infanzia. Questo influenza la mia musica. Non ho mai avuto bisogno di “imparare” a farmi valere: sono nata testarda, ambiziosa e con la voglia di lavorare sodo. Non sono la persona più flessibile al mondo.

In merito alle difficoltà che le donne incontrano per emergere in questo mercato (come in tutti gli altri, dato che il concetto stesso di “business” è un’invenzione maschile –  nota mia), sono visibili a tutti. A una donna è richiesta più energia e faccia tosta, se è sua ambizione scalare gerarchie sociali e professionali tradizionalmente riservate agli uomini. Perfino in Scandinavia, il fatto che  le donne possano scegliere di farsi una carriera prima (o al posto) di una famiglia è una conquista recente.

In quanto artista donna, non nego di avere anche qualche vantaggio rispetto agli uomini (e non parlo necessariamente di aspetto fisico). Una musicista non dovrebbe mai essere sottovalutata.

E. : Mi permetto di aprire una piccola parentesi biografica su di te, per aiutarmi a formulare la prossima domanda. Tua madre è una scienziata russa: a causa del suo lavoro sei nata in Estonia, dove sei anche cresciuta, insieme con la tua sorella minore, la nonna materna, e un gatto. Tuo padre, un ebreo ucraino, non ha mai fatto parte della tua vita. Per come ti conosco, non mi sembri una persona particolarmente interessata alla religione. Anzi, pare che tu riesca a far convivere l’istinto totale con una certa disciplina mentale. Che cosa ti ha spinto a ricercare il senso del sacro e iniziare a scrivere la musica per SF? 

Non sono una persona religiosa, appunto. Non credo in qualcosa o qualcuno che sta più in alto, non cerco un significato dietro a ogni cosa. Non mi chiedo perché abbia deciso di comporre musica, o se ci sia un’entità che compone al mio posto. Per me, in un certo senso, è molto più semplice. Vedo la spiritualità come un’accettazione della mortalità, un’accettazione della perdita. Forse, quando le prime melodie di Sacrum Facere hanno iniziato a risuonarmi dentro, ero in un periodo in cui sentivo un bisogno particolare di accettare questi limiti. Abbiamo tutti molte preoccupazioni diverse nella vita, ma in fondo condividiamo le stesse paure: restare soli e morire troppo presto. Cerchiamo continuamente strategie e soluzioni per non pensarci; questa è la mia definizione di spiritualità.

E. : Potresti darmi anche una tua definizione di libertà?

M. : Non so descrivere la libertà, così come non sono in grado di dire che cosa sia la bellezza, l’amore o l’arte. La libertà non può essere definita, perché cambia in continuazione, e spesso ti accorgi di essere stata libera solo quando non lo sei più. Mi piace vivere nel momento, anche questa è una forma di libertà. Talvolta mi dimentico di come ci si senta a essere liberi, penso sia solo un’illusione. Mi sento libera ogni volta che penso alla mia isola, Saaremaa: l’odore dell’oceano e le nuvole che volano sulla mia testa. Mi sento libera quando suono o scrivo musica. In quei momenti mi sento vuota. Non c’è linguaggio, né ego: solo il momento.

E. : Parlami del tuo modo di comporre: hai uno schema giornaliero? Come riesci a far convivere l’organizzazione pratica con questo flusso di pensieri e sentimenti di cui parli? In che modo utilizzi l’orchestrazione? 

M. : Sono una musicista molto istintiva ed emotiva, non riesco ad alzarmi la mattina e mettermi a comporre. Scrivo solo quando ho qualcosa da dire, e di solito la mattina non ho niente da dire. Scrivo quando non riesco più a tenere dentro la musica. Solitamente il brano nasce già con un’orchestrazione precisa: arriva tutto insieme e ha solo bisogno di essere messo sulla carta. Mi rendo conto che suoni semplice, quasi naif. Beh, in realtà lo è. Tuttavia non fingo di non sapere quello che sto facendo: ho frequentato il conservatorio classico e jazz, ho studiato molta musica e ne sono tuttora affamata e curiosa. Cerco di rimanere musicalmente “pulita” nei periodi in cui compongo, come in una dieta, al fine di evitare di confondere quello che è mio con quello che arriva dalla radio. Quindi, c’è una forma di disciplina in tutto questo.

E. : Oggi sei prevalentemente una sassofonista e clarinettista, ma hai anche un passato da pianista. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più sul rapporto con i tuoi strumenti. C’è uno strumento in particolare che ami davvero poco? 

M. : Non sono sicura di poter rispondere con precisione. Gli strumenti, presi individualmente, non mi interessano granché. Fanno tutti parte di un’unica voce. (A essere onesti però, c’è uno strumento che odio: il sax soprano. Mi irrita, perciò utilizzo sempre il clarinetto).

E. : Parlami del tuo rapporto con il jazz. 

M. : Il jazz è un insieme di moltissime cose, ed è così che dovrebbe essere: una continua ricerca e trasformazione. È sempre stato un concentrato di generi e stili molto diversi tra loro, ma contiene sempre l’elemento dell’improvvisazione. È per questo che mi considero senza dubbio una musicista jazz: sento un forte bisogno di improvvisare.

E. : Come ti senti oggi? Quanto è importante per te ottenere riconoscimenti dalla critica e dal pubblico? L’anno scorso hai ricevuto due importanti premi in Danimarca, e stai iniziando a vederne le conseguenze positive in fatto di visibilità. Ti senti sollevata? Temi che qualcosa possa spezzarsi nel tuo attaccamento a un certo ruolo da outsider (comprendente quel lato più aggressivo di cui parlavamo prima)? Hai aspettative maggiori? C’è qualcosa che vorresti cambiare di te stessa? 

M. : Non posso dire che sia facile essere musicisti oggi. Anche se mi piacerebbe poter dire che non m’interessano, il riconoscimento e l’attenzione sono parti importanti di questo lavoro. Non puoi essere musicista senza un pubblico. Non ha senso. In generale, non sono mai totalmente soddisfatta di me stessa, e tendo ad annoiarmi piuttosto facilmente. In merito alla durezza di cui parlavi, è una parte di me. Non voglio cambiarla. Posso solo cambiare le piccole cose.

***

La foto in apertura è di Kaupo Kikkas.

http://www.mariafaust.com

 

 

Bambina

Questa bellissima canzone mi fa pensare a te. E a quando, un anno e mezzo fa, accompagnai te e tua madre all’aeroporto per l’ultima volta. Noi adulti sapevamo che qualcosa stava cambiando per sempre; tu, forse, la vivesti più come una delle tante separazioni momentanee da tuo padre, scandite dai suoi impegni di non-lavoro e dal nostro abitare in un Paese straniero, lontano da ogni riferimento, da ogni faccia cara, da ogni parola familiare. Quella volta tu partivi, io restavo. Avevi solo due anni e mezzo, di aerei ne avevi già presi molti. Tanto il babbo alla fine tornava sempre, ripeteva la mamma.

Non fu e non sarà mai colpa tua. Devi sapere che qualcuno di noi prova uno strano piacere nell’inseguire i sogni incerti e la solitudine, talvolta ostinandosi al punto da perdere il filo del discorso, arrivare a respingere gli affetti, mettere continuamente alla prova il respiro regolare di questo mondo, bellissimo e senza speranza.

Anche adesso torno sempre, ma da allora non viviamo insieme che pochi giorni al mese. Ogni volta che sono con te ho l’impressione che qualcosa scappi via. Forse è imbarazzo, senso di responsabilità, incomunicabilità di certi vuoti, meraviglia muta e innocente; magari invece è solo il tempo che corre a farmi quest’effetto. Quattro anni tu, trentuno io. Ti confesso che mi capita ancora oggi di sentirmi il bambino di casa. Un bambino con le ossa troppo lunghe.

Quando qualche volta non sarò molto bravo a esprimermi con te o sufficientemente paziente nell’ascoltarti, voglio che tu sappia che da quella domenica di marzo accompagni sorridente ogni mio giorno, rappresentando forse l’unica vera prova di speranza alla quale, almeno in parte, io possa dire d’aver contribuito. Ti voglio bene.