distillerie


Top Jazz e altri animali
9 gennaio 2012, 03:34
Filed under: Comunicazioni varie, Confessioni non richieste, Fatti, Musica, Persone

Parlare del mio ritorno su Facebook, dopo quanto scritto oltre due anni fa, non è cosa facile: è stato certamente un gesto incoerente, autolesionista e incauto, benché a modo suo utile e talvolta divertente. Ho creato questo blog nel settembre del 2009 subito dopo aver chiuso il mio account personale; dal 2010, persuaso dalla crescente popolarità del social network, ho una pagina come “artista/gruppo musicale” per permettere ai miei (pochi) seguaci di partecipare alle mie attività concertistiche con maggiore facilità: per averla però ho dovuto creare un nuovo profilo personale… insomma nel giro di due anni, passando perfino attraverso uno pseudonimo, sono giunto nuovamente ad avere il “mio” profilo FB. Perciò mi trovo esattamente da capo, anche se ora lo utilizzo cercando di non farmi influenzare dalle molte brutture che vi si trovano: non è sempre semplice, dato che le medesime brutture sono ripetute più volte sulle pagine di tutti gli amici degli amici. Tempo fa mi sembrava un contenitore più votato alla sfera del frivolo, inutile fino in fondo; ora invece pare che molti lo prendano fin troppo sul serio, per creare la propria rete di amicizie o collaborazioni, con piglio puntuale e iper-efficiente. Io stesso mi metto tra questi ultimi, purtroppo.

Ad ogni modo non è di Facebook e dei suoi lati negativi che voglio scrivere oggi, bensì del consueto rito di inizio anno – amato/odiato dalla scena jazz italiana – chiamato Top Jazz: un referendum indetto dalla rivista Musica Jazz in cui una nutrita manciata di giornalisti del settore stila un “bilancio creativo” del jazz nazionale. E appunto su Facebook in questi giorni non si parla d’altro, tra i miei colleghi e i relativi amici: c’è chi ne parla bene, chi ne parla male (quasi nessuno invero, è più un farsi i complimenti a vicenda) e chi tenta di celare un certo imbarazzo perché ne ha sempre parlato male ma ora è evidentemente lusingato dall’essere stato citato nella classifica; io stesso potrei gioire non appena dovessi scoprire di essere stato votato da uno o più giornalisti – ma il compiacimento sarebbe effimero e di natura puramente emotiva.

Premesso che il concetto stesso di referendum per categorie e strumenti è discutibile e serve solo a vendere gossip, al fine di evitare un conflitto d’interessi tra la mia condizione di musicista professionista e l’attuale visione critica del fenomeno non ho ancora voluto leggere il giornale ma solo l’elenco dei vincitori - che poi di fatto non vincono un accidente a parte qualche siparietto pubblicitario stagionale inscenato da un nucleo ben compatto di promoter e giornalisti.

Non voglio dire che il percorso professionale di chi raggiunge tale traguardo sia discutibile; tuttavia, salvo casi rari, quello che manca frequentemente secondo me è un reale valore artistico nelle scelte progettuali di questi musicisti. Parlo di un’urgenza primitiva di espressione, sensibile, sincera e disinteressata a prescindere dalla bravura (siamo forse al circo?), dalla cultura e dal linguaggio di appartenenza. All’esterno nessuno o quasi sembra ancora in grado di accorgersene, e nessuno si permette di andare più di tanto in profondità; ci si accontenta di bravi musicisti e li si sovraespone a dovere. In Italia siamo ancora legati al fatto che il jazz è stato scoperto dalle masse più recentemente che altrove in Europa, perciò anziché dare per scontate certe questioni musicali e concentrarsi sui contenuti più profondi, consideriamo come elemento positivo il solo fatto che una musica sia “ben suonata”. Se si smettesse una buona volta di farlo, più della metà dei nostri musicisti sarebbe costretta a trovare vie migliori, più personali e interessanti per farsi ascoltare. Faremmo loro un grande regalo, tirando qualche pomodoro sul palco ogni tanto. Invece ci facciamo corrompere dalle loro abilità – parziale retaggio del nostro “Conservatorismo” italico. Magari ci annoiano a morte, però son bravi.

È una specie di tabù. Non c’entrano gli intoccabili gusti personali (che poi tanto personali non sono, visto che milioni di individui possono pensarla allo stesso modo sui più svariati argomenti, basta saperli convincere): è un circolo vizioso che investe da tempo chi si occupa di far arrivare la musica al pubblico.

Entriamo in un locale o leggiamo un giornale qualsiasi: i nomi che troveremo saranno sempre gli stessi, perché meglio distribuiti e promossi rispetto ad altri. Che cosa c’è di male, direte voi, se spendiamo qualche parola sulle qualità di artisti meritevoli? Qui subentra il limite critico vero e proprio: molti giornalisti possiedono unicamente competenze storico-musicali (quando va bene) di conseguenza quelle applicano, e poco altro. Ascoltano “a due dimensioni”, trincerandosi dietro un ideale di gusto spesso formato senza basi critiche ed estetiche personali, ma puramente quantitative e – ciò che è peggio – essendo pesantemente e inconsapevolmente influenzati da ciò che il mercato ha imposto loro fin dall’infanzia. Guai a toccare i Beatles, per intenderci.

È innegabile: anche il più irriducibile degli outsider di fronte a una nutrita platea plaudente o un’importante conferma mediatica si sente un po’ meno solo e un po’ più nel giusto. Da ciò si dovrebbe dedurre che oggi qualcosa abbia intrinsecamente valore se piace a più persone, ma non è così. Per fare un esempio banale: provate a chiedere a un qualsiasi jazzista italiano che cosa pensi di Giovanni Allevi: quasi sicuramente vi risponderà che è un enorme bluff, un fenomeno di massa che piace a molti perché è venduto bene e perché quei molti evidentemente di musica non capiscono granché. Non credo che la meritocrazia sia un valore su cui fare eccessivo affidamento, in questo Paese. Quindi, per contro, dobbiamo pensare che il valore di un artista aumenti man mano che i suoi sostenitori diminuiscono? Magari non in ogni caso, ma di sicuro per me potrebbe essere una chiave di lettura più attendibile di qualunque referendum o di un giornalista pagato per scrivere anche quando non ne ha voglia. Almeno sarebbe uno stimolo in più per la mia curiosità. Spesso mi arrabbio perché quasi nessuno tra chi scrive è in grado di parlare di un’opera tenendo conto di considerazioni simili: molte volte le recensioni rappresentano una noiosa mistura di facile entusiasmo, indifferenza e scarso coraggio. Le riviste (non solo italiane) arrivano a segnalare con bollini, fiocchetti e menzioni anche cinque dischi al mese – il che vuol dire che ogni anno dovremmo eleggere a capolavori più di cinquanta dischi di solo jazz – troppi per rendere socialmente necessaria l’esistenza di un senso critico collettivo, comunque troppo pochi per tenere in piedi un mercato discografico ormai in caduta libera.

Allora, perché non la smettiamo? Per dignità, dico io. Se tutto è bello, e davvero l’Italia è un paese pieno di artisti incredibili, perché prendersi anche la briga di parlarne bene? Non ci si rende conto che questo continuo incensare mette tutti sullo stesso piano? È una specie di volemose ‘bbene costruito solo per non invadere il campo emotivo altrui e non essere invasi, per permettere ai soliti quattro di lavorare indisturbati mentre tutti gli altri devono accontentarsi delle briciole.

Se leggo una recensione a un mio lavoro che ne parla bene mi fa piacere, ma se accanto alla mia ce n’è un’altra dello stesso autore che parla con toni simili di un lavoro secondo me mediocre, inizio a preoccuparmi. E a perdere la fiducia in chi scrive. Potrebbe sembrare il classico stereotipo “di casta”: artisti contro critici. Peccato invece che questi limiti riguardino non solo chi scrive di musica, ma anche la maggior parte dei musicisti, per osmosi. E in Italia mi sembra che vada peggio che altrove, perché è un Paese con una tradizione millenaria d’individualismo e ipocrisia: siamo tutti artisti, scrittori, imprenditori, allenatori, politici, tecnici del suono, gestori di bar. Tutti occupiamo lo stesso piccolo spazio. E guarda caso la prima cosa che sappiamo dire quando qualcuno dice davvero la sua opinione, è che manca di umiltà. A me sembra piuttosto che tutto il Paese sia poco umile, tutta la sua cultura. “Michelangelo è stato il più grande artista del mondo”. Non vi sembra di esagerare, per una penisoletta minuscola in mezzo a sette miliardi di altre persone?

È noto: a causa di cotanta eredità di bellezza, qui da noi le differenze di espressione non sono realmente incoraggiate dall’educazione. Se qualcosa è definito giusto o sbagliato, è quasi sempre in nome di un’atavica paura di non-accettazione da parte del resto del branco. Se qualcuno a un certo punto del proprio percorso perde fiducia o interesse in questa accettazione, può divenire al tempo stesso completamente libero e felice, oppure solo e infelice – oppure alternativamente entrambe le cose. Questa è l’unica condizione in cui, grazie ad alcune circostanze fortunate, può germogliare l’arte. Può accadere al poeta come al carpentiere. Lo stesso discorso, all’estremo opposto, si può applicare alla violenza (ed è il motivo principale per cui la giustizia tra i popoli è un grande valore ma purtroppo stenta a essere una realtà universalmente tangibile): talvolta perdere fiducia nella società può coincidere con una perdita totale di autostima: a quel punto – complice un’altra serie, più sfortunata, di circostanze – si può iniziare a praticare il male verso se stessi e gli altri. Secondo me anche l’arte è una forma di violenza, ma è una violenza del bene (da non confondere con il bello, che invece è concetto artificioso ed equivoco, non applicabile ai processi creativi attuali). Abbiamo molto bisogno di questa energia, oggi, più che in passato.

Poi per carità, sono lieto per i risultati ottenuti dai FalzoneDe Rossi e Bearzatti: loro come altri sono elementi dalle sicure qualità musicali; ho anche avuto occasione di osservarli a lungo condividendone in parte il percorso. Ho la sensazione però che corrano il rischio di diventare il nuovo establishment del jazz nazionale, con tutti gli svantaggi che ciò comporta: riproposizione infinita dello stesso brodo, sempre ben accolto e ben recensito, senza traumi, senza crisi. Siamo lontani da una vera rivoluzione delle musiche improvvisate: quanto sta accadendo è un semplice passaggio di testimone tra la vecchia e la nuova generazione – cambiano i nomi, ma non cambia la sostanza.

Prima di concludere, vi regalo tre ultimi sguardi sul lato più patetico dell’operazione:

- far vincere il premio come “miglior musicista” a una donna (Marcotulli) e autorizzare esultanza sessista (“è la prima volta che vince una donna”) è alquanto ipocrita;

- dare del “miglior nuovo talento” a un trentaseienne (Sigurtà) che suona da vent’anni e vive all’estero da dieci perché l’Italia non gli ha offerto le opportunità giuste a tempo debito suona un po’ offensivo. Perché piuttosto non premiarlo direttamente come miglior trombettista e liberare il posto per un promettente diciassettenne in cerca di fortuna?

- menzione a parte per il caso D’Andrea (miglior gruppo): pur avendo sempre suonato molto bene, da qualche anno i giornalisti ne parlano talmente da dare l’impressione di voler farsi perdonare una qualche negligenza passata: facciano pure, basta non portargli sfortuna.

Lunga vita al gezz.



I dischi del 2011
2 gennaio 2012, 00:03
Filed under: Comunicazioni varie, Confessioni non richieste, Musica

Visto che s’è chiuso un altro capitolo, ecco gli album che mi hanno accompagnato più fedelmente per tutto il 2011. Ho deciso di non stabilire un numero chiuso, perché so che poi alla fine dovrei giungere a spiacevoli contese. L’ordine segue l’anno di produzione, dal più recente al più datato.

Radiohead - The King Of Limbs (2011)

Alessandro Fiori - Attento a me stesso (2010)

Joanna Newsom - Have One On Me (2010)

Boulez Conducts Stravinsky (2010) – compilation in cofanetto da 6 cd

Dirty Projectors - Bitte Orca (2009)

Susanna And The Magical Orchestra - 3 (2009)

Geri Allen, Charlie Haden, Paul Motian - In The Year Of The Dragon (1989)

Brian Eno/David Byrne - My Life In The Bush Of Ghosts (1981)

Talking Heads - More Songs About Buildings And Food (1978)

Television - Marquee Moon (1977)

Talking Heads - ’77 (1977)

Robert Wyatt - Rock Bottom (1974)

Brian Eno - Taking Tiger Mountain (by Strategy) (1974)

João Gilberto - omonimo (1974)

The Band - omonimo (1969)

Complici il passaggio quasi radicale all’ascolto analogico e la progressiva eliminazione dei cd (ormai in casa mia c’è praticamente solo un computer con iTunes sempre aperto e un giradischi), molti dei titoli citati sono classici in vinile, più qualche nome attuale che non disdegna una produzione di nicchia su supporto nero lucido.

Mi rendo conto di non essere particolarmente originale, da anni si parla di “grande ritorno” del padellone, vinteigvictims, eccetera: però per me è nato un vero rituale di ascolto, da sempre difficoltoso con i cd a causa della loro eccessiva praticità e dello scarso appeal estetico (quanto sono snob).

Così come è stata una bella sorpresa scoprire per la prima volta i Talking Heads a ventisette anni – avrei dovuto mettere nella lista anche Remain in Light, ma sarebbe stato troppo facile.

Poi, guardando le date:

- il 1974 è stato evidentemente un buon anno per la musica che mi piace;

- passano vent’anni secchi tra Geri Allen e Susanna. I primi Duemila non li ho degnati nemmeno di un cenno. Ci sarà un motivo?

 



l’inglese come non l’avete mai imparato
6 luglio 2011, 10:34
Filed under: Citazioni, Confessioni non richieste, Luoghi, Oggetti

Ben due settimane di vacanze e pigrizia generale.

A bordo piscina in un campeggio di Castiglione della Pescaia (Gr) ho trovato questo. Della serie se semo capiti.



Konitz | Mehldau | Haden | Motian – Live at Birdland (2011)
2 giugno 2011, 02:25
Filed under: Confessioni non richieste, Musica, Ricezioni


Da alcuni anni ascolto raramente il jazz attuale, vale a dire tutte quelle derivazioni dalla musica di stampo più o meno afro-americano che si rifanno all’estetica e al linguaggio del jazz tradizionale, ma con elementi di contaminazione (parola che detesto). Ho una visione molto personale e poco ortodossa in merito a che cosa sia il jazz, e davvero non so quanto m’interessi saperlo fino in fondo. Sta di fatto che girerei per ore intorno all’inutilità dell’argomento.

Trovo che pochissimi musicisti oggi si possano definire “jazz” e non certo – come amano sostenere alcuni storici dell’ultima ora – per ragioni solo estetiche o di linguaggio. Ciò che permea il jazz a prescindere dalle sue connotazioni stilistiche è una particolare libertà di entrare e uscire dalle logiche del pensiero musicale fino a quel punto codificate. Una poetica strettamente connessa con una componente misteriosa e rituale dell’atto musicale, che si adatta al suo tempo e ne coglie le sfumature socio-culturali, promuovendo una potente dinamica di rinnovamento (o volontario invecchiamento) di ciò che suona obsoleto. Troppo complessa è la rete di connessioni interne e influenze esterne per permetterci di dire che cosa sia esattamente. È un po’ come cercare di dare una definizione della musica in generale. Mi piacerebbe poter dire – senza essere fulminato all’istante – che il jazz non esiste, ma esistono solo le suggestioni che si avvicendano di epoca in epoca in seno a chi lo suona.

Se invece ci ostiniamo a voler definire – come da trent’anni a questa parte – una “prassi esecutiva” di questa musica, non cogliamo nel segno. Per nostra cultura abbiamo bisogno di legittimare, dimostrare, catalogare, collegare in continuazione. Abbiamo portato il darwinismo anche nell’esegesi e nella critica. L’idea di evoluzione in musica non è evidentemente vincente, poiché in taluni casi (come nel disco di cui sto per parlare) assistiamo addirittura a un processo di regressione, perfettamente pertinente e necessario. Siamo già sufficientemente vittime di una strana forma di tecnocrazia oligarchica nella musica classica: mi piacerebbe se si evitasse di ripetere lo stesso errore con il jazz, ma temo sia già troppo tardi.

Mi rifiuto di pensare alla musica come a qualcosa che assomigli troppo alle macchine e alle scienze. Per me ogni bene in musica è nato quando qualcuno ha pensato: “aspettate un momento, quel che sto facendo forse vi sembrerà strano, in realtà secondo me è bello. Fermatevi ad ascoltare.” In ogni epoca storica è esistito un un modo di fare musica libero e intelligente, che noi chiamiamo jazz o fuga solo se decidiamo di dargli una collocazione storico-geografica. È implicita in arte una tendenza alla strutturazione del pensiero in forme più o meno rigorose e complesse, ma tali forme non possono essere elevate a esempio per comprenderne l’essenza. Invece questo è esattamente il disastro che trent’anni di università del jazz e cent’anni di conservatori hanno generato. Mestiere, nella migliore delle ipotesi buon mestiere.

Ciò che oggi definiamo comunemente jazz (di cui compriamo dischi, sentiamo concerti e leggiamo riviste specializzate) è una macchina di mercato tecnicamente perfetta, e in quanto tale non può esimersi dall’assumere una bella definizione di fenomeno kitsch a tutti gli effetti. Il disco di cui sto parlando ci rientra in pieno, seppure con alcune fondamentali eccezioni che lo rendono una reale testimonianza del proprio tempo, oltre che del proprio segmento di mercato.

Innanzitutto colpisce il fatto che a suonare questi sei standard molto noti ci siano tre musicisti che hanno fatto la storia dei rispettivi strumenti oltre che della cultura del jazz. Una generazione compresa tra il 1927 (Konitz) e il 1937 (Haden) che non ha certo bisogno di presentazioni. Il quarto (Mehldau) non lo metto tra i primi poiché appartiene a una schiera di quarantenni che hanno avuto la sfortuna di emergere in un periodo di eccessivo benessere economico della musica jazz, in cui si sono distinti vari prodigi dello strumento (come Kurt Rosenwinkel, Chris Potter e altri) – che proprio a causa di questa grande raffinatezza strumentale hanno saputo cavalcare l’onda del successo di pubblico pur senza mai andare troppo in profondità nell’organizzare lavori a proprio nome.

Poi aggiungerei la componente live: sicuramente si tratta di un concerto senza prove precedenti, situazione che piace agli amanti del jazz perché dona quel tratto di imperfezione palpabile alla musica. Ci sono gli applausi del pubblico, il rumore di piatti e bicchieri (già, si può anche mangiare mentre si ascolta musica, non ve lo ricordavate?). Tutto il necessario per ricreare in noi l’effetto dei grandi dischi jazz degli anni ’50 e ’60 registrati al Village Vanguard, al Blue Note o al Birdland stesso.

La produzione è ECM: pochi produttori nel jazz hanno saputo dare un tocco personale ai loro lavori come Manfred Eicher. Al pari di George Martin o Brian Eno, Eicher è uno che ha sempre messo il naso nelle scelte artistiche dei suoi musicisti – in un modo che può risultare geniale come fastidiosissimo. Innanzitutto falsifica notoriamente il suono dei suoi dischi: l’elemento più evidente è il pesante riverbero aggiunto in fase di post-produzione. Ora, finché siamo in studio negli anni ’80 posso capirlo, ma aggiungere un effetto di spazialità così artificioso al suono di un jazz club è veramente di cattivo gusto. Eppure rispecchia squisitamente il jazz borghese del 2000, pulito, raffinato, rassicurante, serio. I tre vecchietti, sotto questa luce, potrebbero sembrare da una parte malinconici e arrugginiti fenomeni da circo, dall’altra consacrate eminenze viventi, omaggiate attraverso le migliori produzioni e con una visibilità stellare.

Come mi risolvono questo impasse comunicativo? Suonando jazz “per sottrazione”: in un modo semplice, sincero, spigoloso e perfino sbagliato rispetto a quelli che sono i requisiti formali ormai istituzionalizzati, eppure sorprendentemente urgente, autentico. Le strutture si perdono senza particolare cura, con echi di armonie “contemporanee” non preparate. I temi divengono irriconoscibili, eppure altrettanto forti. Questi signori ci fanno capire che in fondo la bellezza del jazz si riduce sempre ai soliti pochi ingredienti ben mescolati: melodia, imprevedibilità, pulsazione, suono di gruppo. Se un giovane studente di jazz suonasse così nessuno lo promuoverebbe agli esami, oggi.

Mehldau fa quel che può per stare dietro ai suoi “zii”, verso i quali cogliamo la sua sincera ammirazione: cerca continuamente di “sporcare” il suo intervento, di semplificarlo, di renderlo cupo. Non sempre ci riesce, la tentazione di tessere la tela dell’iper-efficienza e dell’acrobazia cerebrale è comunque dietro l’angolo; ma il bello di questa musica è anche la convivenza di esperienze, eredità e storie diverse, fotografata in una sera qualsiasi di un freddo dicembre newyorchese.



Ecco
8 aprile 2011, 01:50
Filed under: Comunicazioni varie, Confessioni non richieste, Fatti, Persone

Poco meno di un mesetto di assenza: giusto il tempo di diventare padre e iniziare ad abituarmi all’idea. Per ora non ho particolari consigli da dare, sono semplicemente ammutolito davanti alla bambina e penso continuamente che sia la cosa più bella che potesse capitarmi. Ma siccome non ho intenzione di trasformare Distillerie in un delirio per neo-babbi eco-sostenibili, per ora il grosso lo terrò per me e per i miei rapporti umani reali.

Qui continuerò con i miei discorsi pesantini e le cazzate. Buona cicogna a tutti.



Pretese
7 marzo 2011, 10:08
Filed under: Confessioni non richieste, Fatti, Persone

Oggi parlerò di qualcuno che in questo Paese non si può toccare, pena la scomunica universale, ovvero Roberto Saviano. Già da tempo avrei voluto affrontare l’argomento, ma purtroppo sono ancora lontano dalla capacità di manifestare simpatie/antipatie nude e crude senza cercare almeno uno straccio di motivazione logica, perciò ho preferito aspettare. Fino ad oggi, dopo aver letto quest’articolo su Repubblica. Dopo i fasti del talk-show più seguito nella storia della tv italiana degli ultimi anni, Saviano è nuovamente a colloquio con Fabio Fazio (la personificazione dell’assenza di ironia, credo superato solo da Bonolis) e parla di attualità, di Ruby, di nonno S. et alia. Poi salta fuori il discorso sulla libertà d’espressione, su come il rapporto con la Mondadori si sia interrotto a causa dei suoi continui attacchi al governo. E si meraviglia, anche? Si è reso conto di aver avuto un certo spazio non a causa di un editore eticamente illuminato, ma perché qualcuno aveva già fiutato l’affare prima di lui? Gli hanno lasciato scrivere quel che voleva, tanto della scorta armata avrebbe poi avuto bisogno lui, non certo il suo editor.

Chiarisco: non ho nulla contro Saviano. Riconosco in lui un’intelligenza non superficiale e oltretutto ha l’aria di essere una persona perbene. Qualcosa però non finisce di convincermi quando lo vedo nelle mie (rare) escursioni televisive o leggo i suoi interventi ovunque, dai quotidiani alle riviste di musica, dai settimanali sportivi a quelli di moda – manca solo un editoriale su Burda, o la prefazione al prossimo libro di ricette di Suor Germana, e la sovraesposizione totale sarà compiuta. Per carità, non picchiatemi, si tratta certamente di fama meritata: quando uno sa scrivere (leggi vendere) ha il diritto di prendersi tutti gli spazi che gli sono offerti; tuttavia rivedo nell’estensiva celebrazione del nostro Saviano un comportamento assai frequente nella cultura italiana degli ultimi anni: salutare la nascita e lo sviluppo di un buon fenomeno pop come si saluterebbe la ripresa di un progresso intellettuale fino a quel momento apparentemente stagnante, con grande concitazione tra le retrovie della vecchia guardia – da Umberto Eco a Dario Fo passando per altri cinque premi Nobel, per citare solo i nomi più influenti – e un triste uso dell’elemento-memoria/nostalgia: qualcuno ha perfino visto bene di definire Saviano “il nuovo Pasolini”. Per analogia, simili sparate mi ricordano “il nuovo Mozart”“il nuovo Mastroianni” #1 e #2 (che palle che ci sia sempre bisogno di un nuovo qualcun altro che nel frattempo è morto).

C’è una sorta di smania di consacrazione un tantino superficiale per cui appena esce un Saviano si sentono affermazioni del tipo “la cultura del Paese è salva”, “da anni si aspettava un uomo tanto coraggioso”…e giù lauree su lauree honoris causa. Come se ciò che dice e il modo in cui lo dice fossero conquiste senza precedenti. Non dico che Saviano sia un bluff, beninteso: afferma cose vere e importanti, non nuove (come egli stesso sottolinea, da sempre esistono persone che lottano e altre che sono morte per far conoscere scomode verità – aggiungerei senza aver ancora venduto quattro milioni di copie), ma che è bene ricordare ogni giorno al popolo bue.

Il merito senz’altro c’è; quello che non mi piace è che nel nostro ristretto carosello mediatico tale merito si trasformi puntualmente in riconoscimento assoluto, imperituro e incondizionato nonché in invasione di ogni spazio disponibile. Già normalmente facciamo fatica a tenere d’occhio chi ha qualcosa da dire (dovendo setacciarlo in un mare di ciarpame); se in più il bombardamento pubblicitario verte tutto su pochissimi personaggi, per quanto validi, alla lunga ci si stanca. In tali premature consacrazioni è inoltre insito un rischio nettamente peggiore dell’ignoranza, cioè che nel nostro tempo ipocrita la Ricerca (della verità, della libertà, della felicità) sia un fatto straordinario e troppo rischioso: tanto vale lasciarlo a pochi individui straordinari e continuare a guardare il tiggì con il consueto mix di timor panico e indifferenza totale. In pratica più forte è il botto, più stiamo tranquilli, almeno per qualche anno. Purtroppo (e Saviano ne è consapevole) il problema non è solo arrestare quei malviventi napoletani ignoranti e cattivissimi che ascoltano musica neomelodica e si sparano a vicenda davanti a tutti, ma fare in modo che non si crei un comodo stereotipo: come si fa quando anziché andare in giro con i pistoloni e avere la villa come Scarface un criminale diventa presidente del Consiglio e tanti milioni di persone lo eleggono, solo perché trasmette valori superficialmente rassicuranti e di facile presa? Sarò caustico, ma non credo che geniali operazioni di mercato come Gomorra servano a svegliare realmente qualcuno che un cervello non l’abbia già. E queste persone di solito sono già sveglie a sufficienza (anche l’autocompiacimento piccolo-borghese di sinistra può essere un crimine, me ne rendo conto perché ci casco spesso).

Non riesco poi a ignorare totalmente il fatto che Gomorra sia proprio un libro Mondadori, che in copertina riporti raffigurata un’opera di Andy Warhol, e che già dalle prime righe si capisca che quello che seguirà sarà inevitabilmente un successo. Altro processo rischioso e tipico dei nostri tempi è la drammatizzazione dell’informazione: la scrittura e l’arte oratoria di Saviano funzionano con effetto immediato, ogni parola è sapientemente soppesata e calibrata, e sa esattamente quali emozioni andare a provocare. Saviano è perfetto, adatto a ogni tipo di pubblico, di ogni età e livello sociale. Chi ha pubblicato Gomorra era consapevole che non sarebbe stato un fallimento, perché oltre ai contenuti c’era un altamente fotogenico Saviano-in-carne-e-ossa: il bel tenebroso di buona famiglia, secchione quanto basta, che vanta conoscenze di infimo livello tra le file della camorra…è effettivamente una novità. Se poi, come è accaduto nella trasmissione con Fazio, è pure un po’ timido e impacciato non appena esce dal ruolo del “ragazzo serio che sta per dire cose importanti e scomode”, allora mi diventa proprio irresistibile: una vera icona pop del Duemila, l’unico oggi in grado di mettere d’accordo la liceale e il barbogio accademico. Dite la verità: se Saviano avesse il fisico e l’età di Vincenzo Mollica sarebbe forse la stessa cosa?

Sembrano ormai lontanissimi i tempi di Diego Cugia, alias Jack Folla, autore televisivo che raccontava fatterelli di scomoda attualità sotto pseudonimo, con voce doppiata e sensuale (e pubblicava per Mondadori). Nel mercato di oggi un fenomeno così farebbe ridere: bisogna vedere di più, qualcuno che ci metta la faccia in prima persona, che non manchi di far notare ogni giorno quanto si rischi la vita a fin di bene, per aver fatto nomi e cognomi. In questo senso Saviano è una specie di vittima del progresso tecnologico della compassione. E comunque, non lo invidio per niente.

Sappi, caro Roberto, che credo ogni giorno nella libertà tua e di tutti quelli che vanno per la propria strada, anche con molto meno clamore. Solo avrei evitato, per principio, di spiegare candidamente a Fazio e agli italiani le ragioni per cui non si può più andare a mangiare al ristorante da Silvio’s dopo averne (giustissimamente) criticato la cucina e l’intera catena alimentare ad ogni buona occasione: mi è parso un poco destabilizzante e mi son sentito preso per scemo, da lettore criticone quale sono. Senza dimenticare che, seppur indirettamente, per quattro anni grazie al grande capo ti sarai riempito la pancia pure tu.

Dici che non vuoi entrare in politica perché preferisci restare al tuo posto e continuare a fare umilmente il tuo lavoro. Secondo me sbagli: visti i tempi che corrono ti voterebbero tutti e probabilmente saresti anche bravetto.



Lost
3 novembre 2010, 11:55
Filed under: Confessioni non richieste, Ricezioni

Ebbene sì. Ci sono cascato anch’io. Ho visto tutte e sei le serie in poco più di un mese, facendo impolverare i libri iniziati tra agosto e settembre e ripresi solo ora, una volta finita l’agonia. Perché in effetti dopo un po’ stufa e il brodo si allunga sempre di più (tranne le prime serie, quelle meritano). Fate così: guardate le prime tre serie e fatevi raccontare il finale. Questo finale… L’hanno menata su centinaia di blog per trovarne il senso, manco fosse l’Ulysses o la Bibbia. Cinefili e filosofi mettetevi il cuore in pace: Lost va preso per quello che è. E cioè un’americanata beneducata negli intenti ma piuttosto violenta nelle azioni, realizzata discretamente sul piano tecnico e benissimo su quello mediatico. Incarna perfettamente tutte le paure del consumista contemporaneo un po’ frustrato che ha avuto problemi di relazione con almeno un genitore e desidera cambiare la sua vita. Aggiungete un po’ di velleità trascendentali e tante citazioni di romanzi d’avventura da Defoe in poi.



Addio camminauomo
25 ottobre 2010, 07:13
Filed under: Confessioni non richieste, Fatti, Oggetti

http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_ottobre_24/burchia-walkman_6b90c29a-df77-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml

http://danthemantrivia.wordpress.com/2010/07/21/a-brief-history-of-the-sony-walkman/

Fine di un’epoca. Un po’ mi dispiace, anche se era inevitabile; lo dice uno che non usa più una cassetta dal 1997.

Il mio primo walkman era di marca Aiwa e costava centomila lire, lo acquistai a sei anni spendendo interamente il primo premio vinto a un concorso canoro di paese (se mi frustate vi dico quale canzone avevo cantato). L’ho usato fino a consumarlo. Poi me ne sono comprato un altro in prima superiore, questa volta Sony, ma me lo hanno rubato dopo una settimana. Vabbe’ che adesso un lettore musicale non si classifica se non ha il “touch” (sic), ma volete mettere con i potenziometri del volume separati per canale?



la reclàm…
19 ottobre 2010, 12:46
Filed under: Confessioni non richieste, Musica

Dal 18 ottobre solo nei migliori negozi di abbigliamento per taglie forti troverete un oggetto con queste sembianze, molto sottile per la verità: trattasi del primo album a nome di me medesimo. Gioia e giubilo. Evvivissima.

Elio Q. di Albissola Marina ne ha ha già comprate dieci copie e la sua famiglia vive un momento di particolare felicità. Jason F. di Greenbow lo ha ignorato preferendo l’ultimo disco christian-metal di Padre Utelio intitolato “Dies Fast(i)” e subendo a causa di ciò un modesto tracollo finanziario. So che invece voi sarete savii e non farete lo stesso erore: fate di me un uomo di vostra fiducia. Qui.



Scatto pochissime fotografie…
5 aprile 2010, 21:15
Filed under: Confessioni non richieste

…perché, per quanti megapixel contengano, sono comunque meno accurate dei ricordi importanti.

…perché nell’era del digitale è diventato troppo facile e non si possono più fare foto sbagliate: solo belle o brutte (più spesso brutte).

…perché parlare di otturatore e diaframmi è un po’ come parlare di walkman e giradischi, di valvole e transistor, di artropodi e lepidotteri – in una parola: nerd.

…perché non ho mai voglia di scaricarle sul pc.

…perché entrare in un negozio e chiedere una pellicola in bianco e nero mi fa sentire un carbonaro nostalgico.

…perché col digitale si accumulano nel computer anche quelle che avresti buttato volentieri.

…perché siccome costa meno ne fanno tutti troppe e prima ancora di guardarle le hanno già messe su facebook.

…perché le foto digitali stampate su carta fotografica non si possono guardare.

…perché tanto ci pensano i cellulari.




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