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Top Jazz e altri animali
9 gennaio 2012, 03:34
Filed under: Comunicazioni varie, Confessioni non richieste, Fatti, Musica, Persone

Parlare del mio ritorno su Facebook, dopo quanto scritto oltre due anni fa, non è cosa facile: è stato certamente un gesto incoerente, autolesionista e incauto, benché a modo suo utile e talvolta divertente. Ho creato questo blog nel settembre del 2009 subito dopo aver chiuso il mio account personale; dal 2010, persuaso dalla crescente popolarità del social network, ho una pagina come “artista/gruppo musicale” per permettere ai miei (pochi) seguaci di partecipare alle mie attività concertistiche con maggiore facilità: per averla però ho dovuto creare un nuovo profilo personale… insomma nel giro di due anni, passando perfino attraverso uno pseudonimo, sono giunto nuovamente ad avere il “mio” profilo FB. Perciò mi trovo esattamente da capo, anche se ora lo utilizzo cercando di non farmi influenzare dalle molte brutture che vi si trovano: non è sempre semplice, dato che le medesime brutture sono ripetute più volte sulle pagine di tutti gli amici degli amici. Tempo fa mi sembrava un contenitore più votato alla sfera del frivolo, inutile fino in fondo; ora invece pare che molti lo prendano fin troppo sul serio, per creare la propria rete di amicizie o collaborazioni, con piglio puntuale e iper-efficiente. Io stesso mi metto tra questi ultimi, purtroppo.

Ad ogni modo non è di Facebook e dei suoi lati negativi che voglio scrivere oggi, bensì del consueto rito di inizio anno – amato/odiato dalla scena jazz italiana – chiamato Top Jazz: un referendum indetto dalla rivista Musica Jazz in cui una nutrita manciata di giornalisti del settore stila un “bilancio creativo” del jazz nazionale. E appunto su Facebook in questi giorni non si parla d’altro, tra i miei colleghi e i relativi amici: c’è chi ne parla bene, chi ne parla male (quasi nessuno invero, è più un farsi i complimenti a vicenda) e chi tenta di celare un certo imbarazzo perché ne ha sempre parlato male ma ora è evidentemente lusingato dall’essere stato citato nella classifica; io stesso potrei gioire non appena dovessi scoprire di essere stato votato da uno o più giornalisti – ma il compiacimento sarebbe effimero e di natura puramente emotiva.

Premesso che il concetto stesso di referendum per categorie e strumenti è discutibile e serve solo a vendere gossip, al fine di evitare un conflitto d’interessi tra la mia condizione di musicista professionista e l’attuale visione critica del fenomeno non ho ancora voluto leggere il giornale ma solo l’elenco dei vincitori - che poi di fatto non vincono un accidente a parte qualche siparietto pubblicitario stagionale inscenato da un nucleo ben compatto di promoter e giornalisti.

Non voglio dire che il percorso professionale di chi raggiunge tale traguardo sia discutibile; tuttavia, salvo casi rari, quello che manca frequentemente secondo me è un reale valore artistico nelle scelte progettuali di questi musicisti. Parlo di un’urgenza primitiva di espressione, sensibile, sincera e disinteressata a prescindere dalla bravura (siamo forse al circo?), dalla cultura e dal linguaggio di appartenenza. All’esterno nessuno o quasi sembra ancora in grado di accorgersene, e nessuno si permette di andare più di tanto in profondità; ci si accontenta di bravi musicisti e li si sovraespone a dovere. In Italia siamo ancora legati al fatto che il jazz è stato scoperto dalle masse più recentemente che altrove in Europa, perciò anziché dare per scontate certe questioni musicali e concentrarsi sui contenuti più profondi, consideriamo come elemento positivo il solo fatto che una musica sia “ben suonata”. Se si smettesse una buona volta di farlo, più della metà dei nostri musicisti sarebbe costretta a trovare vie migliori, più personali e interessanti per farsi ascoltare. Faremmo loro un grande regalo, tirando qualche pomodoro sul palco ogni tanto. Invece ci facciamo corrompere dalle loro abilità – parziale retaggio del nostro “Conservatorismo” italico. Magari ci annoiano a morte, però son bravi.

È una specie di tabù. Non c’entrano gli intoccabili gusti personali (che poi tanto personali non sono, visto che milioni di individui possono pensarla allo stesso modo sui più svariati argomenti, basta saperli convincere): è un circolo vizioso che investe da tempo chi si occupa di far arrivare la musica al pubblico.

Entriamo in un locale o leggiamo un giornale qualsiasi: i nomi che troveremo saranno sempre gli stessi, perché meglio distribuiti e promossi rispetto ad altri. Che cosa c’è di male, direte voi, se spendiamo qualche parola sulle qualità di artisti meritevoli? Qui subentra il limite critico vero e proprio: molti giornalisti possiedono unicamente competenze storico-musicali (quando va bene) di conseguenza quelle applicano, e poco altro. Ascoltano “a due dimensioni”, trincerandosi dietro un ideale di gusto spesso formato senza basi critiche ed estetiche personali, ma puramente quantitative e – ciò che è peggio – essendo pesantemente e inconsapevolmente influenzati da ciò che il mercato ha imposto loro fin dall’infanzia. Guai a toccare i Beatles, per intenderci.

È innegabile: anche il più irriducibile degli outsider di fronte a una nutrita platea plaudente o un’importante conferma mediatica si sente un po’ meno solo e un po’ più nel giusto. Da ciò si dovrebbe dedurre che oggi qualcosa abbia intrinsecamente valore se piace a più persone, ma non è così. Per fare un esempio banale: provate a chiedere a un qualsiasi jazzista italiano che cosa pensi di Giovanni Allevi: quasi sicuramente vi risponderà che è un enorme bluff, un fenomeno di massa che piace a molti perché è venduto bene e perché quei molti evidentemente di musica non capiscono granché. Non credo che la meritocrazia sia un valore su cui fare eccessivo affidamento, in questo Paese. Quindi, per contro, dobbiamo pensare che il valore di un artista aumenti man mano che i suoi sostenitori diminuiscono? Magari non in ogni caso, ma di sicuro per me potrebbe essere una chiave di lettura più attendibile di qualunque referendum o di un giornalista pagato per scrivere anche quando non ne ha voglia. Almeno sarebbe uno stimolo in più per la mia curiosità. Spesso mi arrabbio perché quasi nessuno tra chi scrive è in grado di parlare di un’opera tenendo conto di considerazioni simili: molte volte le recensioni rappresentano una noiosa mistura di facile entusiasmo, indifferenza e scarso coraggio. Le riviste (non solo italiane) arrivano a segnalare con bollini, fiocchetti e menzioni anche cinque dischi al mese – il che vuol dire che ogni anno dovremmo eleggere a capolavori più di cinquanta dischi di solo jazz – troppi per rendere socialmente necessaria l’esistenza di un senso critico collettivo, comunque troppo pochi per tenere in piedi un mercato discografico ormai in caduta libera.

Allora, perché non la smettiamo? Per dignità, dico io. Se tutto è bello, e davvero l’Italia è un paese pieno di artisti incredibili, perché prendersi anche la briga di parlarne bene? Non ci si rende conto che questo continuo incensare mette tutti sullo stesso piano? È una specie di volemose ‘bbene costruito solo per non invadere il campo emotivo altrui e non essere invasi, per permettere ai soliti quattro di lavorare indisturbati mentre tutti gli altri devono accontentarsi delle briciole.

Se leggo una recensione a un mio lavoro che ne parla bene mi fa piacere, ma se accanto alla mia ce n’è un’altra dello stesso autore che parla con toni simili di un lavoro secondo me mediocre, inizio a preoccuparmi. E a perdere la fiducia in chi scrive. Potrebbe sembrare il classico stereotipo “di casta”: artisti contro critici. Peccato invece che questi limiti riguardino non solo chi scrive di musica, ma anche la maggior parte dei musicisti, per osmosi. E in Italia mi sembra che vada peggio che altrove, perché è un Paese con una tradizione millenaria d’individualismo e ipocrisia: siamo tutti artisti, scrittori, imprenditori, allenatori, politici, tecnici del suono, gestori di bar. Tutti occupiamo lo stesso piccolo spazio. E guarda caso la prima cosa che sappiamo dire quando qualcuno dice davvero la sua opinione, è che manca di umiltà. A me sembra piuttosto che tutto il Paese sia poco umile, tutta la sua cultura. “Michelangelo è stato il più grande artista del mondo”. Non vi sembra di esagerare, per una penisoletta minuscola in mezzo a sette miliardi di altre persone?

È noto: a causa di cotanta eredità di bellezza, qui da noi le differenze di espressione non sono realmente incoraggiate dall’educazione. Se qualcosa è definito giusto o sbagliato, è quasi sempre in nome di un’atavica paura di non-accettazione da parte del resto del branco. Se qualcuno a un certo punto del proprio percorso perde fiducia o interesse in questa accettazione, può divenire al tempo stesso completamente libero e felice, oppure solo e infelice – oppure alternativamente entrambe le cose. Questa è l’unica condizione in cui, grazie ad alcune circostanze fortunate, può germogliare l’arte. Può accadere al poeta come al carpentiere. Lo stesso discorso, all’estremo opposto, si può applicare alla violenza (ed è il motivo principale per cui la giustizia tra i popoli è un grande valore ma purtroppo stenta a essere una realtà universalmente tangibile): talvolta perdere fiducia nella società può coincidere con una perdita totale di autostima: a quel punto – complice un’altra serie, più sfortunata, di circostanze – si può iniziare a praticare il male verso se stessi e gli altri. Secondo me anche l’arte è una forma di violenza, ma è una violenza del bene (da non confondere con il bello, che invece è concetto artificioso ed equivoco, non applicabile ai processi creativi attuali). Abbiamo molto bisogno di questa energia, oggi, più che in passato.

Poi per carità, sono lieto per i risultati ottenuti dai FalzoneDe Rossi e Bearzatti: loro come altri sono elementi dalle sicure qualità musicali; ho anche avuto occasione di osservarli a lungo condividendone in parte il percorso. Ho la sensazione però che corrano il rischio di diventare il nuovo establishment del jazz nazionale, con tutti gli svantaggi che ciò comporta: riproposizione infinita dello stesso brodo, sempre ben accolto e ben recensito, senza traumi, senza crisi. Siamo lontani da una vera rivoluzione delle musiche improvvisate: quanto sta accadendo è un semplice passaggio di testimone tra la vecchia e la nuova generazione – cambiano i nomi, ma non cambia la sostanza.

Prima di concludere, vi regalo tre ultimi sguardi sul lato più patetico dell’operazione:

- far vincere il premio come “miglior musicista” a una donna (Marcotulli) e autorizzare esultanza sessista (“è la prima volta che vince una donna”) è alquanto ipocrita;

- dare del “miglior nuovo talento” a un trentaseienne (Sigurtà) che suona da vent’anni e vive all’estero da dieci perché l’Italia non gli ha offerto le opportunità giuste a tempo debito suona un po’ offensivo. Perché piuttosto non premiarlo direttamente come miglior trombettista e liberare il posto per un promettente diciassettenne in cerca di fortuna?

- menzione a parte per il caso D’Andrea (miglior gruppo): pur avendo sempre suonato molto bene, da qualche anno i giornalisti ne parlano talmente da dare l’impressione di voler farsi perdonare una qualche negligenza passata: facciano pure, basta non portargli sfortuna.

Lunga vita al gezz.


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