Ieri se n’è andato qualcuno di veramente importante.
Uno che riusciva a trasmettere una vertiginosa profondità umana pestando (spesso accarezzando) piatti e tamburi.
Uno che nelle sue composizioni ometteva tutto ciò che non era necessario all’essenza dell’improvvisazione, senza mai cedere alla banalità né al facile narcisismo della ridondanza.
Uno che ha dimostrato che invecchiare bene si può. Anzi, si deve.
Uno tra i pochissimi che nel Duemilaundici sapeva ancora dare un senso alla parola jazz: con leggerezza, attraverso la migliore ironia (quella che c’è ma non si vede) e una compiaciuta quanto beffarda saggezza.
Paul Motian ha saputo insegnarmi che la perfezione e l’imperfezione sono concetti indissolubilmente legati alla caducità delle cose umane, e che perseguire il primo senza aver lungamente meditato sul secondo ci lascia esseri incompiuti e tristi.
Non m’importa se adesso sarà (più o meno degnamente) ricordato dall’umanità. Non m’interessa che le persone dicano “un altro genio ci ha lasciato”. Non m’importa se ha cambiato la storia dell’arte. Anche se non l’ho mai incontrato di persona, di certo ha cambiato me. Non potrò mai essergli sufficientemente grato per ciò che indirettamente mi ha trasmesso.
Scelgo questo prezioso video per ricordarlo (appena scovato su YT), in cui ha una conversazione con Lee Konitz degna del miglior circolo di bocce.
Ciao, Paul.
Lascia un commento finora
Lascia un commento
