Ieri se n’è andato qualcuno di veramente importante.
Uno che riusciva a trasmettere una vertiginosa profondità umana pestando (spesso accarezzando) piatti e tamburi.
Uno che nelle sue composizioni ometteva tutto ciò che non era necessario all’essenza dell’improvvisazione, senza mai cedere alla banalità né al facile narcisismo della ridondanza.
Uno che ha dimostrato che invecchiare bene si può. Anzi, si deve.
Uno tra i pochissimi che nel Duemilaundici sapeva ancora dare un senso alla parola jazz: con leggerezza, attraverso la migliore ironia (quella che c’è ma non si vede) e una compiaciuta quanto beffarda saggezza.
Paul Motian ha saputo insegnarmi che la perfezione e l’imperfezione sono concetti indissolubilmente legati alla caducità delle cose umane, e che perseguire il primo senza aver lungamente meditato sul secondo ci lascia esseri incompiuti e tristi.
Non m’importa se adesso sarà (più o meno degnamente) ricordato dall’umanità. Non m’interessa che le persone dicano “un altro genio ci ha lasciato”. Non m’importa se ha cambiato la storia dell’arte. Anche se non l’ho mai incontrato di persona, di certo ha cambiato me. Non potrò mai essergli sufficientemente grato per ciò che indirettamente mi ha trasmesso.
Scelgo questo prezioso video per ricordarlo (appena scovato su YT), in cui ha una conversazione con Lee Konitz degna del miglior circolo di bocce.
Ciao, Paul.
VII. RICORDATI DI SANTIFICARE RAYMOND SCOTT.
Sappiatene di più, qui. (Grazie a Glauco per il prezioso consiglio.)
Oggi voglio condividere con voi due immagini. La prima è tratta dalla homepage del sito della nota etichetta discografica Harmonia Mundi, vero riferimento per le sue incisioni d’indiscussa qualità artistica e sonora, soprattutto nel campo della musica antica, barocca e romantica. A causa di uno scherzo del distributore (che pensa solo a vendere, sempre e comunque) c’è qualcosa che non mi torna nella sezione “today’s special”. Potrebbe essere benissimo un gioco, ovvero “trova l’intruso” (cliccate sull’immagine per ingrandirla):
La seconda non è per niente un gioco, anche se in molti si ostinano a pensare che lo sia. È invece un argomento su cui da sempre rifletto e di cui da mesi vorrei scrivere, ma che spesso ho evitato per mancanza di tempo e velati timori d’impertinenza. Ora però la mia sopportazione taciturna è finita.
Avete capito: si tratta dell’ennesima quanto evitabile celebrazione in vita di Stefano Bollani, musicista e intrattenitore a cui riconosco grandi doti tecniche e istrioniche, ma la cui sovraesposizione mediatica m’infastidisce ogni giorno di più.
Iniziarono già a tremarmi le mani quando si mise a pubblicare i suoi libri diversi anni fa, ma all’epoca il dottore si limitò a consigliarmi un po’ di riposo e almeno cinque bicchieri d’acqua al giorno; poi fu la volta delle trasmissioni radiofoniche e delle prime apparizioni ai varietà: l’imitazione di Battiato mi fece ridere (perché mi fa ridere Battiato in sé, più di Bollani).
Qualche settimana fa ho ravvisato una recrudescenza dei sintomi dopo aver visto una puntata di Sostiene Bollani, programma televisivo di una tristezza totale: siparietti musicali alternati a un piglio divulgativo spicciolo che non contribuisce certo a un’educazione del pubblico, ma semmai rende un servizio superficiale alla cultura musicale – decisamente di basso spessore le lezioncine da professore di liceo snocciolate dopo aver fatto il cazzone per mezz’ora con un’insipida Caterina Guzzanti – come a dire “adesso facciamo i seri, si sa mai che impariate pure qualcosa, alla fine”.
Qualche giorno fa Aldo Grasso ha detto che davanti a uno squallido (e fallimentare) talent show ideato e condotto da un pirla fotonico come DJ Francesco dovrebbero mettere dieci, cento, mille Bollani in prima serata: se me la si pone così non posso che essere d’accordo. Ma se siamo arrivati a questo punto, cioè a paragonare la merda con una scoreggia bourgeoise ben confezionata… beh, allora non mi pento d’aver perduto ogni fiducia nel mezzo televisivo già da tempo.
La Repubblica/L’Espresso (gruppo editoriale ormai votato definitivamente a un placido target da ex-sessantottino con la grana e l’iPad), mi esce con un “tutti gusti” di un kitsch da brivido: il cofanettone “fo tutto io” del Bolla. Ce n’è davvero per tutti: pistacchio, puffo, torroncino, fragola. Brutta la grafica, brutta la compilation: si comincia con la recente e buona incisione delle musiche di Gershwin diretta da Chailly (forse la cosa migliore fatta da Bollani finora) – svenduta a pochi euro per la gioia di chi si è comprato l’originale Decca lo scorso Natale – e pian piano si degenera in un catalogone di divertissement più o meno recenti, più o meno jazzati.
Bisogna chiarire un paio di cose: Bollani non è un genio, innanzitutto (già la parola genio in sé mi procura immediati spasmi articolari, perciò mi riprometto ogni volta di bandirla dal mio vocabolario). Fatevene una ragione. È un bravo pianista, versatile, con un buon orecchio, un bel suono e un buon senso del ritmo. Come improvvisatore per esempio è molto meno interessante: è piuttosto un buon imitatore che tiene ogni cosa sotto stretto controllo formale, un abile professionista che conosce a memoria ogni tradizione pianistica di consumo e la sa riprodurre a piacimento e con un gusto leggermente al di sopra della media. Dal punto di vista dell’originalità, non fa nulla di nuovo praticamente da quando ha iniziato ad avere successo, intorno alla fine degli anni ’90 (io me lo ricordo, all’epoca lo ascoltavo e mi piaceva molto).
Passiamo alla sua apparentemente irresistibile vena comica: piuttosto mediocre invece, i tempi sono lenti e le sue gag diventano prevedibili dopo mezzo minuto.
Sulle doti di scrittore non mi pronuncio – non avendo letto i suoi libri, ma dubito che una persona che ha passato metà della sua vita al pianoforte e l’altra metà in aereo o nei backstage possa avere qualcosa d’interessante da scrivere, eccezion fatta per un’autobiografia (a ottant’anni però, non certo a quaranta). È già difficile per un musicista di successo aver qualcosa di nuovo da suonare, figuriamoci essere eclettici e muoversi con disinvoltura nei diversi campi dello scibile.
In generale credo poco agli Schumann redivivi: erano altri tempi, altri uomini, altri media. Non trattiamo sempre il presente come fosse passato, per favore. È un viziaccio della cultura mainstream.
In conclusione, Stefano Bollani è uno di quei personaggi che l’Italia ama elevare al massimo grado e rendere intoccabili (come i Saviano e i Benigni), al punto da bloccare in loro ogni reale possibilità di dire qualcosa che abbia senso, che sorprenda, che scuota realmente – non solo faccia impennare le vendite di gadget e lo share televisivo. Il mercato se li mangia, li digerisce, li espelle sempre impoveriti di quella primigenia intelligenza che qualcuno seppe riconoscere in loro inizialmente, ma che finisce con l’esser manovrata dal popolo stesso, allo scopo di nascondere le proprie eterne paure e debolezze rispetto al nuovo e al diverso.
Non c’è peggior cultura dell’illusione della cultura.


