distillerie


Sulla necessità della canzone
30 settembre 2009, 23:40
Filed under: Musica
Rifletto spesso sul rapporto tra canzone e improvvisazione inteso come possibilità, per l’improvvisatore, di ricreare uno spazio personale dentro la forma. Le songs americane scritte tra gli anni ’20 e ’50 del secolo scorso, pur essendo destinate perlopiù al consumo di massa (chiunque si sia mai interessato alla musica e oggi abbia più di sessant’anni ne ricorderà un buon numero) avevano il vantaggio di provenire dalle menti di musicisti preparati: contenevano accordi raffinati, melodie ricercate, “licenze” colte. Si trattava di un terreno fertile per la nascita e il rapido sviluppo del bebop e dell’improvvisazione sui chorus, i giri armonici ripetuti a discrezione del solista, che su queste basi già musicalmente forti poteva costruire melodie e frasi via via più complesse, traendo dal materiale preesistente stimoli sempre nuovi (pensiamo a quante versioni della stessa song si possono ascoltare). Non aprirò qui una parentesi sulla necessità o meno di suonare per l’ennesima volta All The Things You Are; vorrei però parlare della possibilità, se esiste, di creare una nuova antologia di songs dei nostri tempi, soprattutto pop e rock, con la stessa forza e pari potenzialità creative. E’ vero che canzoni di questo tipo sono state suonate da jazzisti con una certa frequenza negli ultimi quarant’anni, con risultati che vanno dal miracoloso all’inaccettabile. Il problema è che una canzone contemporanea non può essere affrontata come Autumn Leaves. Benché la bossa nova fosse più simile al musical di Broadway che a Bob Dylan, già dai tempi di Getz-Gilberto l’idillio del jazz-che-sta-bene-dappertutto iniziava a scricchiolare pericolosamente, sfociando in manifestazioni artistiche giustificate più dal fruscio dei dollari che da una reale esigenza di cambiare la storia della musica: il problema del buon gusto esiste da tempo, tant’è che i brani di Jobim sono impagabilmente più autentici e godibili senza le pretese americaniste di traduzione dei testi e senza l’inserimento continuo di siparietti yeah man! che hanno contribuito non poco alla nascita del triste ruolo di improvvisatore-decoratore (Stan Getz è un grande quando suona, lo è di meno quando ricama). Ogni interpretazione di canzoni parte da presupposti diversi, ma spesso con risultati di incerto valore artistico. Se penso ai brani dei Radiohead o di Nick Drake suonati da Brad Mehldau con il suo trio di modern jazz (già mi viene in mente quel suo suono patinato di fine anni ’90) la canzone diventa il pretesto per improvvisazioni cerebrali e di grande impatto superficiale. Da quell’approccio tutto sembra incasellato e rigido, glamour e virtuoso finché si vuole, ma privo di una vera carica di energia antica e libera (che secondo me ogni buona canzone possiede, da Dowland a Elliott Smith). In definitiva, c’è bisogno di un rispetto maggiore per la forma, ma senza scadere nella (brutta) copia. Con intelligenza e una continua attenzione rivolta alle viscere della melodia, è possibile perfino inserire una versione “latina” di All I Want di Joni Mitchell (con tanto di flauto dolce e congas) all’interno di un disco di ben altro stampo (Keith Jarrett, The Mourning of A Star, 1971) senza far insospettire l’ascoltatore saggio di trovarsi di fronte a una manifestazione di piaggeria (con buona pace di certi critici che giudicano con questo parametro le improvvisazioni “pop” del pianista americano, senza rassegnarsi all’idea che la musica è fatta anche di melodia e di semplicità).


Ich bin vergnügt mit meinem glücke
29 settembre 2009, 06:48
Filed under: Comunicazioni varie

Oggi ho disattivato il mio account su facebook. Lo avevo già fatto altre volte, ma la tentazione un po’ morbosa di ripristinare i miei contatti fittizi e osservare passivamente gli ozii altrui aveva sempre avuto la meglio. Qualche mese fa avevo iniziato a partecipare alle discussioni, sottoporre articoli e video in bacheca, insomma a far sentire la mia voce con entusiasmo crescente. La mia bacheca delle ultime settimane conteneva commenti duri sulla politica del momento, affermazioni ironiche su cui più d’uno mi ha interrogato senza comprenderne il senso reale, oltre al prevedibile cazzeggio d’ordinanza (ma mi sono sempre rifiutato di aprire i biscotti della fortuna) e brevi recensioni di video musicali. Tuttavia qualcosa è cambiato all’improvviso, facendo riemergere i vecchi dubbi. Mia moglie aveva un account a sua volta, disattivato quasi un anno fa, ormai. Sapevo che sul valore di facebook era sempre stata perplessa, tant’è che nel periodo di mia massima attività sul social network le avevo taciuto questa mia recente occupazione, per timore di essere preso in giro (si potrebbe definire la classica coda di paglia). Ieri sera, malgrado mi opponessi, ha avuto l’occasione di leggere alcuni dei miei post più recenti ed è rimasta stupita, oltre che un po’ amareggiata per il nulla verso cui stavo spargendo le mie energie e la mia serietà. Mi ha spiegato le sue ragioni di dissenso (non che le ignorassi, anzi spesso le condividevamo), dicendomi che avrei potuto continuare se lo avessi ritenuto necessario: avrebbe sempre e comunque rispettato le mie azioni. Ne è seguito uno sconforto personale durato fino a notte e un sonno turbato da mille pensieri. In fondo avevo solo bisogno di comunicare, ma forse avevo sbagliato luogo e iniziavo a rendermene conto: ecco come nasce questo blog. Mi garantisce la visibilità solo di chi capita qui e si affeziona a questi scritti. Senza biscotti della fortuna, fan club della pizza, amici e nemici…




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